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Realtà vs Intelligenza (o Ignoranza) Artificiale


di Gianalberto Righetti


Nel 1985 ho avuto l’opportunità di studiare Artificial Intelligence (AI) nell’ambito del mio Master of Science alla Carnegie Mellon University di Pittsburgh (PA), a quei tempi culla mondiale della Computer Science e della AI. Negli anni successivi ho sviluppato applicazioni di AI per l’ingegneria, in particolare Sistemi Esperti e Reti Neurali. In entrambe le applicazioni, l’algoritmo utilizza un Contesto di Dati (DB) e una Base di Conoscenza (KB), composta da regole (relazioni causa-effetto) da applicare ai dati e ad altri “oggetti” variamente pre-definiti o generati dal sistema durante il processo di elaborazione.

Nelle reti neurali la base di conoscenza non è nota a priori, ma si genera statisticamente dal ricorsivo presentare all’algoritmo osservazioni già disponibili riguardo al comportamento fisico del sistema (evidenze input-output), sviluppando una cosiddetta learning-memory, apparentemente “intelligente” ma di fatto banalmente replicante le evidenze del passato.

Nonostante i risultati e le performance ottenute, era già mio parere 38 anni fa che la capacità della AI di generare evidenze ottimali in termini di rappresentazione della realtà era strettamente dovuta alla capacità di elaborazione dei computer disponibili. In altri termini, più dati riusciamo a memorizzare e più disponiamo di capacità computazionale per memorizzarli, analizzarli ed elaborarli, più i risultati degli algoritmi (modelli di riduzione alle forme fisiche) sembrano superare la nostra umana “intelligenza”.

Nei tempi attuali, con le enormi capacità di elaborazione dei microchip (tra cui anche quelli quantistici, i quali, attenzione, sono anch’essi macchine fisiche che sfruttano evidenze quantistiche non ancora spiegabili in termini fisici classici), la potenza sovrumana delle macchine rispetto all’uomo e alla sua intelligenza, apparentemente meno capace, può sia esaltare, nella prospettiva di chissà quali risultati e scoperte riguardo al mondo, sia intimorire. Io penso invece che siamo completamente fuori strada quando parliamo di potenzialità e pericoli della AI. Questa problematica è mal posta perché la AI è applicata a un contesto che non è la vera realtà umana, ove risiede l’intelligenza.

Per spiegarmi meglio provo a focalizzare i concetti di “intelligenza” e di “realtà”. Secondo Deary (apparso in MIND-Le Scienze) l’intelligenza è l'abilità mentale umana, cioè la capacità con la quale l'uomo riesce a pensare razionalmente. Esistono diversi sottocomponenti dell’intelligenza razionale: la percezione visiva, la percezione uditiva, la capacità di recupero, la velocità cognitiva, la velocità di elaborazione, la memoria generale, l'apprendimento, l’intelligenza cristallizzata e l'intelligenza fluida. Eesistono anche vari tipi di intelligenze, non solo legate alla razionalità, ma tuttavia influenti e correlate a questa. Si può parlare di intelligenza emotiva, intelligenza spirituale, intelligenza intuitiva, intelligenza artistica, creativa e immaginativa, la saggezza, e così via. In tutti i casi, l’intelligenza è legata al nostro essere delle entità dotate di coscienza.

Il concetto di realtà (quella realtà che la AI dovrebbe riprodurre con i suoi algoritmi) non può essere fatto coincidere con quello della realtà classica, il mondo fisico in cui viviamo. Oggi sappiamo, e direi con una certa confidenza, come non esista una realtà ontologica, ma solo una realtà soggettiva che interagisce con infinite altre realtà soggettive in ogni istante e ovunque. E sappiamo che la nostra mutante realtà non è solo ciò che vediamo e tocchiamo, in concerto con gli altri, ma comprende anche ciò che sentiamo, che intuiamo, che decidiamo di essere noi stessi, con agentività e libero arbitrio. Le risultanze sperimentali della fisica quantistica, emerse nell’ultimo secolo, hanno fatto intuire uno schema per questo più ampio concetto di realtà (schema CIP), che include un livello della coscienza superiore (C), un livello dell’informazione intermedio (I), e il livello inferiore del mondo fisico (P), cioè la realtà che siamo abituati a considerare (e l’unica che una macchina, pur dotata di AI, può considerare). In questa realtà CIP, allargata rispetto al mondo fisico e inclusiva delle intelligenze sopra citate, niente è certo, tutto è solo probabile-possibile. Ciò che determina la manifestazione degli oggetti è l’osservazione-interazione: la realtà è fatta di relazioni e interrelazioni che creano la materia (l’oggetto) e non viceversa (come invece stabilisce la fisica classica). La materia è fatta di energia, di particelle, di onde. E’ impossibile isolare-separare un sistema da chi lo osserva e dal resto delle realtà.

Esistono molte realtà, e molti mondi. La psicologia, la filosofia, la spiritualità ci forniscono indicazioni di ogni genere su come in questa realtà a “molti-mondi”, di struttura CIP, si possano spiegare quegli aspetti che finora nella realtà fisica ci appaiono come anomalie, come incongruenze, come misteri. E che vengono bellamente superati utilizzando assiomi o assunzioni. Oppure direttamente ignorati. Per esempio, in campo filosofico, Whitehead, in Processo e Realtà (1929), pensò, contestualmente alle intuizioni dei fisici quantistici, la realtà come un processo nel quale ogni evento, siccome connesso ad altri, può presentarsi alternativamente sia come oggetto sia come soggetto. L'oggetto della percezione (che per lui, come per Platone e Spinoza, è la Natura in senso lato) è qualcosa di diverso da un semplice pensiero, e ciò in rapporto all'insieme delle interrelazioni con tutti gli oggetti esterni che costituiscono il campo del possibile e dell'esistente. La sua filosofia processuale è basata sulla correlatività, secondo la quale l'esperienza, il cui divenire forma il processo, precede e condiziona la coscienza, non viceversa. Con questa ipotesi il filosofo mostra che è possibile intendere più compiutamente la realtà in una prospettiva relazionista invece della prospettiva riduzionista e atomistica della fisica classica.

Ritorno ora alla definizione di AI. Il testo fondante della AI (RICH, 1983) cita: AI è lo studio che ha come scopo quello di mettere in grado i calcolatori di fare cose in cui, per il momento, gli esseri umani sono più abili. Per fare cose si intende elaborare processi e oggetti reali, ma nell’ambito di quale realtà? Le macchine fisiche che disponiamo lavorano su oggetti e dati della realtà fisica. Mettono in relazione, come dicevo in apertura, dati pre-esistenti e oggetti contestualizzati in base a regole riduzionistiche di causa-effetto fornite

“a priori” o generate da una learning-memory su basi statistiche (sempre quindi a priori). Di processi e relazioni nel campo del probabile, nessuna traccia. L'AI che tanto esaltiamo fa tutto esattamente come un meccanico programma informatico. La capacità computazionale attuale ha fatto sì che queste inferenze tra un oggetto fisico e un altro possono essere fatte su miliardi di oggetti e dati, cosa che solo 20 anni fa non era possibile.

Per questa ragione se noi oggi applichiamo criteri o programmi di AI alla nostra realtà fisica riusciamo a ottenere risultati apparentemente stupefacenti nella rappresentazione del mondo fisico che ci circonda. Ma il mondo fisico sul quale lavorano queste macchine nulla ha a che vedere con la realtà a cui proviamo a credere, quella a “molti-mondi”, lo schema CIP, quella in cui si dà spazio alla coscienza, all’uomo e alle sue varie intelligenze. Il computer classico non potrà mai essere cosciente o artificialmente intelligente in senso umano. L’AI che disponiamo lavora in uno spazio di intelligenza ristretta, che in fondo è non-intelligenza,

perché non è in grado di simulare l’intelligenza che nasce dalla coscienza. Il robot non ha coscienza e non la potrà mai simulare. Perché opera in una realtà fisica ove la coscienza non appare, non è descrivibile, ed è, appunto, irriducibile alla realtà fisica.

Concludo che l’AI che stiamo utilizzando sta dando potenza, grazie all’avanzamento tecnologico esponenziale dei computer e la disponibilità di dati, anche alla generazione di errori, di false interpretazioni della realtà, alle costruzioni di pezzi di realtà ignoranti di quella che è la vera realtà del nostro mondo. L’informazione viva (come la definisce Faggin, 2022) si disperde, e si passa da Artificial Intelligence a Artificial Ignorance.

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