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Cosa hanno a che fare violenza e guerra con il rapporto tra uomini e donne?

Di Fabrizio Mele



In pieno autunno milanese, si era a Ottobre del 2016, fui invitato a costruire un progetto nella scuola media di un paesino dell'hinterland immerso nella nebbia. Insieme a me un poeta di strada e una attrice.

Cuore del progetto era "Progettare le pari opportunità". Filosofia e arte per affrontare il delicato tema del rapporto tra i generi con ragazzi e ragazze che cominciano a scoprire la propria identità e sessualità. Corpi e pensieri in mutamento.

Mi sono chiesto: che cosa abbiamo da insegnare davvero sulle pari opportunità? Cosa hanno a che fare violenza e guerra con il rapporto tra uomini, tra uomini e donne tanto più quando si parla di gender fluid?

Alla fine del progetto ognuno di noi ha potuto raccontare nel teatro comunale ciò che abbiamo imparato. Qui di seguito il mio intervento.

"Eccoci insieme. Voi di là, io di qua. Alla naturalezza di questa situazione frontale siamo da sempre abituati. Fin da bambini, come i nostri ragazzi, ascoltavamo il maestro o la professoressa rivolti verso la cattedra. Anche più tardi, finiti gli studi, non abbiamo mai smesso questa abitudine. Ci troviamo per esempio di fronte a datori di lavoro o clienti, noi di qua loro di là, sempre su una cattedra immaginaria o seduti ai banchi come scolari che alzano la mano. Soprattutto, ci troviamo spesso seduti davanti ad uno schermo, al cinema, in salotto, oppure in compagnia di uno smartphone. Siamo in una situazione analoga mentre leggiamo un libro o un giornale, di fronte ad un’opera d’arte o a teatro. E’ il modello delle chiese: l’altare di qua, i banchi dei fedeli di là. Così ci siamo abituati a fare, non insensatamente: stiamo in ascolto di fronte a chi sa e dunque insegna. Potremmo chiamarlo il modello della brocca e del bicchiere, dove l’acqua è il sapere, la brocca il sapiente e il bicchiere ognuno di noi.

Ai ragazzi, tuttavia abbiamo fatto una proposta diversa. Poiché eravamo e siamo convinti che ognuno di noi sia portatore di un sapere che non aspetta che d'essere messo in moto, abbiamo scelto di disporci in cerchio. Questo fa si che o nessuno stia in cattedra o, è lo stesso, che ci stiamo tutti. Il sapere viene così scambiato e condiviso in modo paritario, il modello dei fiumi e del mare.

Tuttavia, quale sapere? Anzitutto, per dirla in breve, quel sapere che ci permette di vivere insieme ovvero la cura degli uni verso gli altri. Infatti, chi sta in cerchio vede i pericoli alle spalle dei compagni e li aiuta a evitarli. L’aver cura degli altri e del pensiero altrui è parte fondamentale di qualsiasi rapporto umano, anche tra uomini e donne, naturalmente.

Eppure questi ragazzi ci hanno raccontato diversi casi di violenza perpetrati nei confronti delle donne e degli uomini: violenza fisica, psicologica e culturale. La stessa violenza che incontriamo quando vogliamo dominare la Terra e le sue risorse, gli animali, i saperi, le persone intorno a noi: quando vogliamo possedere e controllare.

Dunque la questione delle pari opportunità di cui qui si fa tema è proprio una questione di violenza dell’essere umano sull'essere umano.

Tutto normale? La violenza è parte naturale della vita? Forse è così, forse no. Tuttavia qualcosa di fronte alle guerre e ai conflitti, privati e non, che vediamo intorno a noi dovremo pur fare. Cosa allora?

Rivoluzionare noi stessi a partire dalla violenza che imponiamo agli altri per eccesso di passione o che ci facciamo quando non ci prendiamo cura della nostra umanità.

Rivoluziona te stesso e rivoluzionerai il mondo, scriveva Cartesio. Perché noi siamo mondo.

Dunque ecco un proposta: alla violenza rispondiamo col dialogo, l’ascolto e la narrazione. Una antica forma, non violenta di rivoluzione che vorremo vedere moltiplicarsi, come l’aria sulla Terra.

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